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Mio figlio mi odia!

Sono una madre separata con un bambino di 3 anni. Da un anno e mezzo convivo col mio attuale compagno che ama immensamente il mio bambino (il quale ricambia ).
Ultimamente il mio bambino che frequenta il padre regolarmente ha iniziato a non voler più stare con me. Quando vado a prenderlo a scuola è una tragedia, nell'arco della giornata il suo "voglio papá" è costante e il mio coccolarlo, giocare con lui, costruire qualsiasi cosa con lui risulta tempo perso.

"Non ti voglio" , "voglio andare da papà", "sei cattiva" sono le cose che mi dice sempre più spesso. Sentirsi rifiutata ogni giorno in ogni momento della giornata è sfiancante. Mi sento sconfitta, senza più voglia di lottare. Non capisco dove sbaglio. Ora mio figlio preferisce stare col mio compagno che con me. Quindi il problema sono io.

Dove sbaglio? Io amo mio figlio, ma sto seriamente pensando di lasciare l'affido esclusivo al padre, visto che mio figlio mi odia e non vuole stare con me.

Mamy


 

Cara Mamy,

Un bimbo di 3 anni non sa quello che vuole e neppure quello che fa. Tantomeno riesce ad odiare qualcuno, men che mai la propria mamma! Semmai cerca come può di mostrare il disagio che forse sente, magari si tratta di rabbia per la separazione, che -a torto o a ragione- attribuisce più a lei che al padre. A tre anni i bambini cominciano a “pensare”, e non casualmente emergono comportamenti nuovi che a volte sorprendono i genitori. E’ possibile che semplicemente la stia provocando, per vedere se quello che sente è lecito oppure è “male”. Non lasci che suo figlio diventi così “potente” da condizionare la vita della sua mamma, che sta addirittura pensando di lasciarlo in affido al padre per questo. Anche se lo facesse, tenga presente che i figli però non smettono di chiamarci in causa in modo profondo, neppure se li allontaniamo da noi; anzi, spesso in questo modo complichiamo e di molto la relazione con loro e, dopo un primo momento di apparente sollievo, provochiamo nel tempo ancora più problemi.

I bambini non vogliono davvero avere così tanto potere, tanto da far fare drastiche scelte ai genitori, perché hanno bisogno di stabilità e di punti di riferimento forti, soprattutto nell’infanzia. Semmai voglio essere aiutati a gestire le loro emozioni, a capire che effetto fanno, come si possono regolare; ma naturalmente non sanno come chiederlo, siamo noi a dover intrepretare questa loro esigenza. Un bambino di 3 anni vuole solo sentire che la sua rabbia, anche se c’è, non ha il potere di distruggere le persone che ama. E magari vorrebbe lui per primo smettere di manifestare rabbia alla mamma, che vorrebbe lui per primo amare e basta, senza proteste. Ma non ci riesce, sente quella rabbia e la deve manifestare, anche se in fondo solo con le parole (e questo è un bene perché vuol dire che il linguaggio ha già cominciato a funzionare come regolatore delle emozioni e delle relazioni).

La sua frustrazione di mamma è comprensibile, cara Mamy, e può occasionalmente dirlo al bambino nel modo più appropriato; per esempio dicendo che quando lui le dice quelle cose lei si sente dispiaciuta e triste; servirà a far capire al bambino che lei è sensibile al suo amore così come alla sua rabbia, ma eviterà di colpevolizzarlo, come se lui fosse un bambino cattivo, cosa che va evitata il più possibile.

Ma meglio ancora sarebbe se lei riuscisse a lasciare la sua frustrazione sullo sfondo per riuscire a comprendere cosa c’è dietro questa arrabbiatura di suo figlio, cosa che la aiuterebbe a comprendere meglio come relazionarsi con suo figlio anche nel futuro. Mi chiedo infatto che bambino è in generale suo figlio? E' un bambino solito a questi comportamenti ad esempio coi compagni, oppure è selettivamente rivolto a lei questo suo modo di essere? Certo col padre e col suo compagno sembra un altro, ma come è all'asilo (se ci va), o cosa dicono di lui i suoi famigliari?

Se questo comportamento dovesse prolungarsi nel tempo, e il bambino non dovesse reagire positivamente ad un suo atteggiamento più accogliente, potrebbe trattarsi di altro; nel qual caso consiglio di parlarne anche col papà, se è possibile, e cercare di capire meglio insieme la natura di tale comportamento, magari con un colloquio di uno psicologo della famiglia o presso il consultorio della sua città.

Un caloroso in bocca al lupo

(a cura di Linda Francioli)

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