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Dice che rifiuto i suoi figli, e io dico che è lui che mi mette sempre in fondo...

Da 4 anni sto insieme a un uomo con due figli gemelli. Ora i ragazzi hanno 13 anni e da un anno siamo andati a convivere.
Premetto che in questa relazione il mio compagno fa "il mammo" in quanto la mamma naturale è pressoché assente. E' il mio compagno a farsi carico di tutto: scuola, impegni sportivi..etc. Comprensibilmente il mio compagno dedica la maggior parte del suo tempo ai suoi figli che cmq stanno con noi 3/4 giorni a settimana in cui includiamo anche le domeniche perché la madre non li segue mai nello sport.

Ne consegue che io mi sento sempre quella a cui rimangono le briciole, i ritagli di tempo insomma...quelli in cui lui è stanco e provato da tutto (c'è anche una situazione legale di mezzo per l'affidamento dei minori).
E' vero che ho scelto io di imbarcarmi in questa situazione, è vero che i figli vengono prima di tutto (io non sono madre, ma immagino sia così)...tutto vero, ma allora io sarò sempre destinata a venire dopo tutto? E' questo il mio futuro?
Ovviamente ne abbiamo parlato più volte, ma quando accenno al fatto che avrei bisogno di più tempo da passare sola con lui, si finisce quasi sempre a litigare perché è come se interpretasse questo mio desiderio come un insulto al suo essere padre, quasi come un rifiuto verso i suoi figli... Non so davvero più cosa fare....
Elena

 

Leggo fra le righe di questa lettera una certa esasperazione, non solo di chi scrive, ma anche del partner che viene qui descritto nei suoi comportamenti di genitore, esasperazione la cui origine sta a mio modo di vedere nella diversità dei punti di vista dei due membri di questa coppia. E’ evidente che lei, cara Elena, vorrebbe essere amata anche in qualità di donna libera da impegni familiari, quale è, ed è evidente che questa dimensione la sente invece come sacrificata entro i vincoli familiari del suo compagno; lei non solo non ha figli, ma forse neppure li vorrà, e comunque non è la relazione affettiva con i figli del suo compagno a darle energia nel rapporto col lui, anzi: essi a volte sembrano rappresentare un ostacolo, comunque una difficoltà per lei, che si sente fare delle richieste per accompagnare questa prole nella sua crescita che sono superiori alle sue effettive disponibilità. D'altra parte, anche il suo compagno vorrebbe essere amato per una parte della sua persona che sente molto bisognosa, quella che si esprime nella paternità, in particolare perchè questa componente assorbe molta della sua energia nel tentativo –a quanto leggo- di compensare una probabile carenza della madre. Forse si sente anche in colpa per aver scelto una madre così per i propri figli,e  ne sente a torto o a ragione la responsabilità. E’ probabile che su questo desidererebbe avere un supporto da parte della sua compagna, anche se forse in modo così esplicito non glielo ha detto mai. Forse nella sua testa aveva immaginato che la convivenza lo avrebbe aiutato nella gestione dei figli, sgravandolo in parte da questa responsabilità anche materiale (quella di accompagnare  e riprendere i figli nelle varie manifestazioni sportive o della scuola); ed invece si ritrova che, oltre alle richieste dei figli, vi sono ora legittimamente anche quelle della compagna. E sembra che tutto non riesca proprio a tenerlo insieme, con lo sgradevole risultato di sentire dentro di sé, quando litigate, di dover scegliere fra la compagna e i figli a favore di questi ultimi.

In questa differenza di bisogni nessuno ha torto e nessuno ha ragione: e così finisce che si scontrano, rischiando di sclerotizzare la vostra relazione sulla dimensione del litigio. Come se ne esce?

Una possibilità è ovviamente di andare ognuno per la propria strada: lei possibilmente alla ricerca di un compagno più affine al suo status di donna libera e lui altrettanto, rispetto al proprio stato di uomo-padre, con l’auspicio che questa esperienza fra voi abbia prodotto più consapevolezza in entrambi circa i propri bisogni inalienabili. Ma un'altra possibilità c'è. Se ne esce (e bene) se lei trova divertente e soddisfacente -almeno un po’- fare la vice mamma dei figli del suo compagno. Immagini cioè uno scenario in cui potesse trovare questi due ragazzini adorabili: non vedrebbe l’ora di passare un po’ di tempo con loro, probabilmente anche in totale autonomia, senza che sia necessaria la presenza del padre. E questo rilasserebbe a tal punto il suo compagno da amarla appassionatamente e senza riserve, fino al punto da desiderare ardentemente di soddisfare anche un po’ dei bisogni suoi, come quello di aver del tempo da dedicarvi in via esclusiva. Fantascienza? Forse.

Per non prendere questa ipotesi solo come una provocazione, voglio spingerla verso la presa di consapevolezza del ruolo che lei ha già assunto -nei fatti- scegliendo di vivere con un uomo-padre. Con quest’atto ha smesso di essere solo la “fidanzata” di papà ed è diventata qualcos’altro, una specie di madre affidataria di questi ragazzi, se pur in assenza di un titolo legale da esercitare. Per i ragazzi, infatti, contano di più i fatti che gli atti formali, e per essi è chiaro che accanto al loro padre ora c’è una donna il cui ruolo nella loro vita hanno bisogno di definire.
Non sembra però che nella sua lettera vi sia traccia di questo passaggio, che mi rendo conto essere incredibilmente faticoso per chi come lei di figli non ne ha; ma lo sarebbe (e forse ancor di più!) se ne avesse anche lei da una precedente relazione. La ricostruzione di un’identità famigliare è, in effetti, una necessità nel panorama che lei mi descrive: due ragazzi all’inizio del periodo adolescenziale, una madre naturale assente, un padre premuroso e desideroso di creare delle condizioni affettive buone per i suoi figli. Le richieste del suo compagno vanno in questa direzione. E mi sembra che lei faccia fatica a prendere atto che il suo compagno non ha altra scelta, a meno di destinare i figli (e anche se stesso) ad un futuro estremamente problematico dal punto di vista del benessere psicologico. La strada che qui le descrivo si costruisce a poco a poco e passa attraverso la possibilità che lei individui e poi sperimenti  modalità di relazione diretta con questi ragazzi. Deve sentire che c’è qualcosa di reale che le piace in loro, deve sentire che la loro frequentazione porta dei benefici anche alla sua vita, che può diventare più ricca, più profonda e matura, più piena. E per arrivare lì, la formula comprende tutta la gamma delle interazioni affettive che hanno gli esseri umani, col mix di coccole, regole, musi, abbracci, soddisfazioni e frustrazioni che tocca a tutte le mamme del mondo. Mi rendo perfettamente conto che questo pezzo di strada non è affatto facile; nell’essere madre naturale c’è una parte di istinto e di biologia che fa si che l’attaccamento madre-figlio avvenga ad un livello inconsapevole; come madre acquisita invece conta più la decisione razionale, la scelta, la motivazione personale.
Ma forse questa maternità acquisita è persino meglio: sono molto meno i rischi di simbiosi, di confusività affettiva che inibisce la crescita, meno gli investimenti narcisistici che fanno lievitare le aspettative, meno le vulnerabilità materne che le fanno spesso sentire ferite a morte quando non si comportano come forse loro vorrebbero (o magari sarebbe giusto). La madre acquisita può insomma giocarsi risorse che alla madre naturale sono spesso precluse e forse avere qualcosa da insegnare anche al padre sui suoi figli.
Non è vero che i figli vengono prima di tutto. Non solo non è così nei fatti (perché a volte vengono prima i genitori, magari le sorelle, gli amici, il lavoro, e anche –come giustamente ha detto lei- la relazione di coppia); ma soprattutto perché non è un bene che sia così. Non è sul “dovere” di questo “venir prima” che si può costruire una famiglia felice; semmai è sul piacere. Quando i figli vengono prima nel proprio cuore, allora nella vita reale possono anche venire per secondi, e nessuno se ne lamenterà. Se potesse tentare questa strada, cara Elena, forse troverebbe la chiave anche per la felicità della sua relazione di coppia.

Se così non fosse, però, non disperi: potrà comunque prendere le sue decisioni sulla base di una maggior consapevolezza dei suoi bisogni e delle sue preferenze e cercare con questo fortunato bagaglio altre occasioni in cui tentare un progetto di vita.

Le faccio i miei più cari auguri per il suo futuro.

(a cura di Linda Francioli)

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