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Vedovo, non vuole innamorarsi per i figli. E' giusto?

Gentile Dottoressa,
vorrei aiutare una persona a capire delle cose importanti nella relazione con i suoi figli e non so come fare …
Ho circa 40 anni, vedova da 4 (mio marito mi ha lasciato dopo 2 anni di malattia) con due figli uno di 14 e l’altra di 10; con fatica ho affrontato il dolore del lutto la crescita dei miei figli e ora mi sento serena; li vedo crescere sereni e mi sono sempre ritagliata dei piccoli momenti per me (una cena con le amiche, un cinema), mettendo però sempre al primo posto le esigenze dei miei figli.


Purtroppo nello stesso anno in una famiglia di nostra conoscenza è venuta a mancare la mamma di due ragazzi, che hanno più o meno l’età dei miei. I 4 ragazzi si conoscono fin da piccoli per vari motivi scuola-catechismo-parco-mare, e io stessa conoscevo la loro mamma molto bene.
Inevitabilmente da subito tra i ragazzi si e’ creato un legame di amicizia, che con il tempo ha fatto avvicinare me e il loro papà, mio coetaneo.  Solo tante chiacchiere fuori della scuola, compleanni, etc. Finché dopo un anno, egli mi invita a prendere un caffè in privato da soli; dopo alcune settimane sono io che lo invito ad uno spettacolo a teatro e sulle prime lui accetta, ma il giorno dopo si scusa e dice di dover rinunciare perché i figli non vogliono che frequenti un'altra persona (ma capisco la cosa, perché era passato solo un anno ). Da quell’episodio ad oggi sono passati 3 anni. Nel frattempo ci siamo sempre incrociati, agli occhi di tutti si vede che c’è qualcosa, ma lui non va mai oltre, mai un invito ma solo tanti piccoli episodi in cui noto il suo interesse per me. Devo dire che più volte io l’ho invitato e se erano occasioni ufficiali con i figli nessun problema; ma ogni invito privato veniva sempre rifiutato.  Ho chiesto spiegazioni, e mi ha risposto che non vuole che gli altri pensino che stiamo insieme perché i suoi figli non vogliono.
Ho sempre pensato che non gli interessassi abbastanza o che magari c’era un’altra, ma pochi giorni fa mi sono detta basta ora mi deve chiarire! Così l’ho messo alle strette e ho scoperto una cosa disarmante che mi ha fatto capire tante cose e rattristare.
Mi ha confessato che si è dato 10 anni di tempo (la maggiore età della figlia piccola) prima di riprendersi la sua vita; quindi fino ad allora niente che possa disturbare la tranquillità familiare e niente uscite nemmeno  da solo con gli amici (questa e’ la cosa per me più grave); dice che non vuole avere rimorsi in futuro circa il fatto che una sua qualsiasi azione possa danneggiare la crescita dei figli. Premetto i suoi figli sono carini, bravi a scuola, apparentemente normali come lo sono i ragazzi di quella età, sua figlia e’ venuta spesso a casa mia ed è una bimba serena e socievole.
In sintesi, lui si e’ secondo me rassegnato per la tranquillità dei suoi figli.
Non conosco i particolari e non so come si comportino in privato i suoi figli con lui, ma secondo me sta rinunciando alla felicità personale; non che sia una persona triste, anzi: con gli amici, nel  lavoro è una persona brillante, molto stimata, molto attenta ai figli e agli altri, sempre disponibile ad aiutare nelle varie occasioni, simpatica e  mia figlia lo adora.
Allora le chiedo: come posso aiutarlo a capire che annullandosi come persona non fa assolutamente il bene dei suoi figli? Lasciare che siano loro a determinare i sentimenti del padre, che persone le farà diventare? Cresceranno credendo che l’amore è una proprietà e per questo và conservata gelosamente e mai condivisa? Cresceranno pensando che lui è una loro proprietà?
Io penso invece che ogni componente della famiglia deve ritagliarsi degli spazi personali, sia i genitori che i figli, senza per questo sentirsi in colpa verso il resto della famiglia. L’amore per me e’ un dono enorme non si può rinchiudere; così si compromettono le relazioni adulte dei suoi ragazzi.
O sbaglio a pensarla così ?
Se lei pensa che abbia ragione, mi consiglia cosa posso fare, per esempio cosa posso fargli leggere per renderlo consapevole di questo?
Grazie e mi scuso se non firmo la lettera, ma non vorrei che si risalisse alle vere persone del racconto.


Cara signora,
quando ho letto questa lettera mi ha subito colpito il tono accorato e desideroso di trovare il modo di trasferire alla persona -cui evidentemente tiene molto- la fondatezza delle sue posizioni.

Mi chiede se è giusto pensare che una relazione affettiva dopo diversi anni di lutto sia un bene per la crescita dei propri figli, ma è chiaro che lei lo sa bene che è così. E la sua non è una convinzione ideologica, astratta, generica: è fondata sull’elaborazione del suo stesso lutto, quindi è una convinzione che nasce dall’esperienza personale. Non c’è dubbio che leggendo la sua lettera ho sentito una bella energia vitale e un reale desiderio di poter condividere quanto la vita le sta insegnando.

Questa sua convinzione, in particolare rispetto al beneficio che i figli potrebbero avere da una nuova relazione del genitore, in effetti, non è privo di fondamento. In generale, i figli stanno bene se il genitore sta bene e ne possono certamente comprendere (fino a condividere!) le scelte, incluse quelle di un nuovo partner che lo rende felice. Naturalmente esse devono compiersi nel rispetto dei sentimenti di tutti gli attori in gioco, con particolare riguardo ai tempi di accettazione dei figli e alle possibili reazioni a fronte alla nuova persona, che entra anche nella loro vita senza che lo abbiano scelto. Occorre -in particolare al nuovo partner- una certa sensibilità ed empatia e la consapevolezza delle difficoltà che possono sorgere, evitando gli errori classici di chi crede in buona fede che basti l’amore a far andare bene le cose.
La gradualità, nel caso di una nuova relazione del genitore, è una grande alleata e una nuova relazione sotto questi auspici potrebbe certamente dare ai figli la cifra concreta di come la vita sia in grado di offrire sempre nuove opportunità, riparando i dolori che a volte ci riserva. Inoltre al genitore che si riaccoppia viene affiancato da qualcuno che, se l’unione è buona, certamente offre sostegno e ascolto anche a fronte di quei problemi genitore-figli che non riguardano il nuovo partner. Con il risultato di offrire un diverso punto di vista sulla situazione, che può completare o confermare quello del genitore impegnato direttamente nella gestione dei figli. Rinforzando e irrobustendo la capacità di risposta genitoriale.

Mi chiede come può trasferire questa sua fondata certezza sulla vita del vedovo di cui racconta, e qui invece cominciano le difficoltà. Perché purtroppo non è possibile.

Da quello che scrive, il suo amico, infatti, sembra aver fatto un patto con se stesso: non avrebbe cominciato una relazione (e addirittura non avrebbe posto in essere comportamenti che lo avrebbero dato a pensare) prima che siano trascorsi 10 anni dalla morte della moglie. E’ vero che ha giustificato questo patto con se stesso citando il benessere dei figli, ma la realtà è che questo signore sta bene così come sta, e –a torto o a ragione- non si sente di rischiare il gioco dell’amore, che come tutti sappiamo è ricco di gioie e di dolori.
Sembra una persona molto razionale, che ci tiene a tener sotto controllo le variabili dell’esistenza. O forse è il lutto che, nell’animo di quest’uomo si mostra così, con le sue componenti traumatiche.
In ogni caso, sia che si tratti di una stabile caratteristica della sua personalità, sia che sia la risposta ad un trauma non ben elaborato, la cosa certa è che quest’uomo, rendendosi indisponibile per una relazione, si assicura una stabilità emotiva di cui evidentemente sente i benefici. E se questa è vero, poiché i figli stanno bene quando il genitore sta bene, anch’essi staranno sicuramente bene. Non si preoccupi dunque per la crescita sana dei ragazzi di lui: sono certa che hanno già capito di cosa si tratta e sapranno adeguarsi al meglio, come fanno tutti i nostri figli di fronte alle nostre debolezze e vulnerabilità emotive.

Credo che la questione, dunque, non sia come sembra: non sono i figli a dettare i tempi al genitore, è piuttosto il genitore ad averne bisogno per sé, al di là di quello che dice a se stesso o che le dice. E i motivi non li conosciamo, né li conosceremo a meno di un contatto profondo col suo animo, che però al momento non sembra probabile.
Comunque, nel caso ritenesse di cogliere un minimo di apertura in questo senso, le letture che suggerisco alla fine di questo testo potrebbero senz’altro fornire validi supporti ad una riflessione personale sui vantaggi (e gli svantaggi) di una nuova famiglia o sui rischi/opportunità di crescere i figli da soli.
E tuttavia, consideri bene la persona cui darebbe questo consiglio: per aprirsi ad una nuova relazione occorre essere fiduciosi nella vita e nel prossimo e disposti a prendersi delle moderate responsabilità verso sé e verso l’altro; oppure si deve essere del tutto incoscienti, come si è da ragazzi. Ma il signore di cui parla sembra che non sia né l’una né l’altra cosa. E perciò solo alcuni eventi particolari possono (da adulti) innescare un’apertura ad una relazione: l’arrivo di un amore travolgente nei sensi, passionale e senza possibilità di mediazioni razionali, oppure il passare del tempo accompagnato da progressivo lavoro su di sé (ad esempio una psicoterapia, per intraprendere la quale occorre in ogni caso una buona motivazione di base a conoscere se stessi, al di là della questione amorosa).
Ma se le cose stanno così, non è detto che lei non possa fare nulla per aiutare quest'uomo.
Nel caso la ragione della chiusura sia di origine traumatica, potrebbe, infatti, riuscire a sostenerlo nel superamento di quel trauma, che –proiettato sui suoi figli- lo autorizza per ora a non investire sul suo futuro. Se tiene a questa persona, credo che lei possa stargli semplicemente accanto, ridimensionando le sue aspettative immediate, da buona amica, cercando di comprendere il suo punto di vista sul mondo, senza opporvisi. E non sarebbe poco per lui, mi creda. C’è, infatti, la possibilità che la sua chiusura si possa stemperare nel tempo, sperimentando che con lei sta bene, che non rappresenta un pericolo dal momento che non lo mette in discussione o in crisi, non lo obbliga a rivedere il suo sistema di valori (cosa che, in effetti, si riesce a fare solo con una sufficiente dose di stabilità emozionale ed affettiva).  Argomentare ora in modo esplicito la sua contrarietà, invece, potrebbe condurre ad una maggiore chiusura verso di lei.
Se si trattasse però di una struttura del carattere e non di una reazione al trauma del lutto, il tempo non produrrebbe alcun cambiamento e le vostre differenze di opinione sarebbero differenze destinate a manifestarsi su svariati argomenti: come si crescono i figli, come si affrontano le difficoltà, come si scelgono le cose importanti della vita, eccetera.
E sarebbe necessario in questo caso, come per tutte le coppie molto eterogenee, una forte motivazione al confronto e alla negoziazione reciproca. A volte queste coppie sono molto vitali, a volte se ne trovano di molto problematiche.

Non ci sono ricette precostituite, e ognuno deve scegliere cosa desidera fare di sé e delle persone con cui decidere di intraprendere il viaggio della propria vita.

Spero di esserle stata in qualche modo d’aiuto, le auguro ogni bene.

a cura di L.Francioli

Battezzati G., Coscia G., Saita E., Voltolina. G., La famiglia monoparentale. Unicopli, Milano, 1995
Oliverio Ferraris A., Il terzo genitore. Vivere con i figli dell’altro. Raffaello Cortina Editori, Milano
Serra B., Genitori Bis: i vantaggi della famiglia allargata, Sovera Edizioni, Milano, 2007

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