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Nella vita di un vedovo c'è posto per me?

Buongiorno, sono Laura ho 33 anni e da qualche mese ho conosciuto un uomo di 38 anni vedovo da quasi anno, con una bambina di 5.

Vi scrivo questo messaggio in quanto mi trovo in grande difficoltà nel relazionarmi con lui e con la bambina, o meglio con lui sto benissimo e anche con sua figlia che mi cerca in continuazione.

Ma quello che mi preoccupa è il fatto che lui sembra non volermi far entrare nella sua vita, ho paura che mi consideri come un contorno, come un’àncora di salvezza, una pausa dalla routine, un qualcosa che lo stacca dalla terribile realtà del suo lutto.

Vorrei parlare con lui e chiedergli quali sono le sue intenzioni con me ma non voglio precipitare le cose nè tanto meno sembrare una persona invadente e insensibile. Capisco il suo stato d'animo e le sue preoccupazioni circa i suoi genitori e i suoceri nell'accettare o meno una sua nuova relazione a così breve distanza dalla morte della moglie con la quale ha trascorso tutta la sua adolescenza e parte della sua età adulta.

Anch'io ho avuto la mia esperienza negativa, non sicuramente tragica e dolorosa come quella di un lutto, ma che comunque mi ha segnata e vorrei solo essere amata per quella che sono non come una possibile sostituta.

Grazie

 

Cara Laura,

intanto grazie per aver scelto di condividere queste sue preoccupazioni in questa sede. Credo che sia importante per lei sapere che qui c’è qualcuno che può comprendere come si sente, le sue perplessità sono comuni a molte giovani donne che hanno relazioni con persone appena separate o vedove.
Sento che questa mail è una specie di appello accorato al considerare le sue di esigenze come importanti, mentre quelle del suo compagno rischiano di  venire sempre prima ed essere agli occhi di tutti le uniche che meritino veramnete attenzione; ma anche lei ha le sue ferite, i suoi “lutti”, i suoi distacchi dolorosi alle spalle, e nella competizione fra bisogni, i suoi non vuole che vengano sempre dopo.
Quello che lei chiede legittimamente al suo compagno è dunque: voglio essere la tua compagna, non la sostituta di tua moglie. E tuttavia sente che è difficile che questa pur legittima richiesta sia accolta, almeno non nei tempi che lei sembra desiderare; e non per cattiva volontà ma perché sente che i legami affettivi si costruiscono e si recidono solo con lentezza.
Questo credo fra l’altro che sia proprio un bene; troppe persone per la paura della solitudine infatti si buttano a capofitto in una nuova relazione solo per scacciare il dolore, occupare la mente in qualche modo, crearsi dei legami che impediscano letteralmente di fermarsi a sentire cosa sta succedendo, col rischio di ritrovarsi dopo poco di fronte ad un altro distacco o fallimento.
 
Ma lei sembra chiedersi: quali sono i tempi giusti?

Ad ascoltare i suoi bisogni, i pochi mesi trascorsi dovrebbero essere sufficienti, eppure si avverte che il dubbio c’è dentro di lei, il dubbio che forse sta chiedendo troppo…Insomma, avvertendo che il cuore del suo compagno non è libero, sembra dibattuta fra l’aspettare in silenzio o reagire alla frustrazione che prova ponendo la questione delle sue legittime aspettative in modo chiaro; ma sente il rischio di provocare così una chiusura nella disponibilità del suo compagno, il rischio di perderlo.

Le chiedo allora: se aspettasse ancora, che cosa teme? Che sia tutto inutile? Che appena il lutto è ridimensionato, il vostro amore finisca e che magari il suo compagno si trovi un’altra donna? O teme di essere lei a stancarsi nell’attesa, di scoprire un lato del suo compagno che non le piace, magari un po’ di egoismo, di quel tipo un po’ diffuso tra gli uomini di metterla sempre in secondo piano rispetto ai propri bisogni?
Qualunque sia il suo timore, il fatto è che ogni relazione affettiva è un viaggio verso l’ignoto, e temo che le ferite cui accenna abbiano un po’ minato la sua capacità di fidarsi. Tuttavia qui è in gioco non solo il fidarsi dell’altro ma anche -e credo soprattutto- il fidarsi di sé: lei ha fiducia nella sua capacità di innamorarsi della persona giusta per lei?

Mi chiedo infatti quali siano state le ragioni che l’hanno spinta a frequentare una persona vedova, che –al pari di una persona appena separata- è inevitabilmente ancora imbrigliata nel rielaborare la relazione appena chiusa. Questo la espone sicuramente di più al rischio di non essere vista per quello che lei è, e di rappresentare una sorta di àncora in un mare in tempesta. Questo più che un timore è una certezza, almeno in un periodo molto a ridosso al distacco.

Ma se lei godesse appieno di questo ruolo che il suo compagno temporaneamente le assegna, allora le sarebbe possibile stare bene anche in questa fase della vostra relazione, consapevole del fatto che passata la tempesta a tutti e due verrà la voglia di salpare verso nuovi lidi, inventandosi insieme un futuro che ancora non si può immaginare quale sarà. Dalle sue parole, però, non sembra possibile rilassarsi in questa prospettiva, o sbaglio?

Allora provi a guardare un po’ dentro di lei, e si domandi in grande franchezza se è proprio un uomo con tutti questi vincoli che vuole, vincoli che vengono dal passato, di cui la figlia rappresenta e rappresenterà sempre l’inalienabile collegamento (e ha solo 5 anni).

Se sente che la risposta è si e che quest’uomo le piace proprio anche per (e non nonostante) la sua esperienza passata, investa senza indugio su questo amore e gli dia il tempo di crescere, coltivando dentro di sé la fiducia che le cose evolveranno.
Se invece la risposta è no, smetta di attribuire a lui la causa del suo malessere e prenda lei la decisione di andare a cercare altrove ciò di cui ha bisogno. E non sarebbe perché lui non la ama, ma perché a lei non va bene l’amore che lui le dà. E magari vorrebbe evitare di iniziare la umanissima contabilità dell’amore, una sorta di conto economico in merito a chi dà di più e chi dà meno, che nella mia esperienza non porta mai troppo lontano.

Un caloroso in bocca al lupo

(a cura di L.Francioli)

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