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Suo padre? meglio fosse morto

Buongiorno.

Ho 43 anni e sono madre di Elena, 10 anni, frutto di un amore passionale e tormentato, finito con la mia gravidanza e con la nascita della bambina, che lui non ha voluto riconoscere. La nascita di Elena infatti mi ha aperto gli occhi sulla natura “malata” della nostra storia, e in particolare sul personaggio ambivalente e fragile che era suo padre (eppure ne sono stata per ben 5 anni fortemente attratta e affascinata!!!).


Nonostante non l’abbia voluta riconoscere, 5 anni fa si era fatto vivo, chiedendo di vedere la bambina; io mi sono rivolta ai servizi sociali e con il loro aiuto Elena ha incontrato il padre 2 o 3 volte nello “spazio neutro” dei servizi, con il supporto anche di uno psicologo. Tuttavia questo avvicinamento è stato da lui bruscamente interrotto, senza che io abbia potuto conoscere le cause di questa interruzione, con grande sconcerto per me e apparente indifferenza di Elena.
A distanza di qualche anno ormai da quegli incontri, mi piacerebbe parlare con Elena di suo padre e di queste vicende, ma non so come fare. Vorrei che lei mi chiedesse, ma apparentemente sembra non sentirne la necessità, ed io mi chiedo se è opportuno introdurre l’argomento anche se non richiesto da lei.

So che non è possibile vivere senza la figura del padre, ma considerando il personaggio, mi chiedo se non sia di gran lunga meglio così per tutte e due. E' opportuno che "svegli il can che dorme?"

Molto meglio sarebbe se fosse morto, ma mi rendo conto che ho  bisogno di un consiglio, di sbagli ne ho già fatti tanti, grazie.

(Dolores, Roma)

 

Grazie Dolores della sua lettera e della consapevolezza che esprime, incluso il bisogno di consiglio sul tema, che non teme di ammettere.

Se il padre di sua figlia fosse morto sicuramente sarebbe meglio per lei, cara Dolores. Potrebbe tenere per se l’elaborazione del suo legame reale col padre di sua figlia, e  lasciare che sua figlia immagini quello che vuole, idealizzandolo o condannandolo, a seconda di ciò che il suo carattere o i suoi bisogni interni la spingerebbero a fare. Non che questo sarebbe necessariamente un bene per sua figlia, intendiamoci, ma lei avrebbe le sue buone ragioni per continuare a lasciare ad ognuna la propria visione delle cose: i morti si sa non possono dire la loro su chi sono davvero e solo chi desidera ricostruire la realtà storica ha qualche chance di arrivarci; ma ci vuole molta energia e motivazione, spesso ci vuole coraggio..

Invece essendo in vita a lei tocca ancora fare i conti con quelli che chiama “i molti sbagli” della sua vita.

Quali sono questi sbagli? Di averlo amato di un amore passionale e cieco? Di non aver visto la sua instabilità psicologica? Di non aver tenuto in conto che un figlio con una persona instabile finisce per pesare  in tutto sulle proprie spalle? O di avere visto tutto questo e di aver voluto piuttosto lottare contro tutti i dati di realtà, e di aver fallito? Qual è la sua verità?

Dal suo racconto non si capisce infatti quale quota assegna all’instabilità del suo compagno e quale quota assegna a lei stessa come “causa” dell’assenza del padre nella vita di sua figlia, e che lei ci creda o no è precisamente questo che la inchioda da un anni in una mancata comunicazione a sua figlia, che comprensibilmente si guarda bene dall’avventurarsi sull’argomento. Forse inconsapevolmente la sta proteggendo dal tornare su una vicenda non conclusa dentro di lei, e indirettamente cerca così di proteggere anche se stessa, perché non può permettersi di avere accanto una mamma confusa o ambigua, oltre ad un papà assente.

Sarebbe molto interessante infatti capire cosa racconta a se stessa circa le vicende che l’hanno portata a diventare madre, perché è esattamente questo il punto da cui partire per far sentire Elena su di un terreno “sicuro” quando parla con lei di suo padre.

Se lei per esempio dicesse a se stessa che è stata una stupida, che ha fatto l’errore più clamoroso della sua vita potrebbe essere per Elena un grande choc: la narrazione della propria origine sarebbe mancante di quel pezzo essenziale che si chiama amore, e che lei ha provato per suo padre, seppure in una versione più votata alla sofferenza che al benessere.
Se lei invece dicesse a se stessa che il suo amore era sincero, e che ha lottato con tutte le sue forze per convivere con il carattere impossibile dell’uomo che amava, ma che alla fine non ce l’ha fatta più, direbbe qualcosa di più accettabile –probabilmente- ma forse si tratterebbe di un racconto che enfatizza molto l'eccesso, sia nell'amore che nella lotta.

A me pare insomma che sia importante capire cosa valorizzare nella narrazione della "storia delle origini" di sua figlia, di cui -come dei miti- abbiamo tutti bisogno. E che ci sia un piccolo percorso da fare, per lei, al fine di raggiungere questo obiettivo, nell'interesse di sua figlia.

Mi sembra leggendo che lei, per esempio, abbia assunto -seppur tardivamente- la responsabilità della fine della relazione, ma che questo fatto sia nel suo racconto marginale . Lei ha sì ha amato fortemente, tant'è che ha generato un figlio, spinta da quell'amore,  ma poi ha compreso la natura dei suoi bisogni più profondi e si è assunta le sue responsabilità; insomma: l'esperienza l'ha cambiata e l'ha fatta crescere nella conoscenza di sè e dell'altro. Un esempio di grande valore.

Orbene, credo che questi  ingredienti siano potentissimi antidoti alla colpa e alla negazione della propria storia, che lei potrebbe opportunamente utilizzare qualora se ne verificasse l’occasione.
Non si tratta infatti di inziare un discorso non richiesto, ma di autorizzarsi a fare commenti sulla propria storia di vita tutte le volte che una fotografia, un ricordo, un amico comune, una somiglianza della situazione attuale con qualcosa di vissuto insieme a suo padre consentono di farlo.
E non con l’obbiettivo di aiutare sua figlia a parlare di suo padre, ma con l’obbiettivo di restituire a lei la dignità della sua storia, sottraendola al suo stesso oblio.

Ma per fare questo, le consiglio di farsi aiutare; trovi qualcuno che la sostenga mentre ritorna sulla sua storia, così che riesca a ricostruirla per bene dentro di lei, con quel giusto distacco che consente di essere parte della storia. Ma anche –finalmente- un pò spettatore.

Un caro augurio per lei e per la sua bambina. In bocca  al lupo.

(a cura di L.Francioli)

 

 

 

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