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Giochi di potere dell'ex: come si esce

"Ci sono persone che non cercano compagni / compagne, ma prede. Misurano il proprio potere (nella loro mente potere = valore) sulla capacità che hanno di controllare gli altri e disporne a loro piacimento (...)

Nella maggior parte dei casi sono persone che "quando sono in buona" ti seducono come nessuno, riuscendo a farti sentire il centro del mondo, il più amato, il più fortunato. Sembrano sinceri, ma il loro è un amore recitato soltanto, perchè sono privi della capacità di provare sentimenti veri".

Leggo questa perfetta descrizione di un “tipo psicologico” e mi domando: cosa fare quando queste persone sono padri o madri dei nostri figli? Spesso finisce che i nostri figli siano nelle loro mani e manipolano i figli per continuare  a controllare gli ex.
Come si esce da questi giochi di potere patologici? Se ci si oppone, svelando il gioco perverso, si alimenta la guerra, e  d'altra parte fregarsene e far finta di niente concede uno spazio pericoloso a chi esercita un'influenza sbagliata sui figli, che possono pensare che va bene così. Grazie.

Daniela

 

Cara Daniela,

In misura diversa, tutti noi giochiamo giochi di potere, pensare che questo esercizio resti relegato a chi soffre di disturbi caratteriali è il modo con cui questa società ha cercato di gestire qualcosa che è umanissimo, che ci riguarda tutti.

Con questo intendo dire che il problema non è etichettare l'altro, nè porre l'accento sulla sua "malattia"; questa è un'operazione che fa solo crescere il seme cattivo! Quando la donna o l'uomo che abbiamo scelto come genitore dei nostri figli esagera, infatti, spesso esagera perchè è in atto un gioco appunto di potere, ma che si gioca solo in due. Se noi ci togliamo dal tiro, il gioco in molti casi si sgonfia (e al posto del gioco di potere, molte volte emerge la disperazione e il dolore che il gioco sta cercando di nascondere).

Togliersi dal tiro non vuol dire fregarsene, tutt'altro. Se il genitore dei nostri figli esagera, vuol dire infatti che siamo soli nel crescere i nostri figli e che per aiutarli dobbiamo essere molto solidi sulle nostre gambe. Vuol dire che l'energia che prima mettevamo nel difendere i figli dall'altro/a, la dobbiamo spostare dall'altro a noi stessi, dal dimostrare che l'altro è sbagliato a dimostrare che da soli ce la possiamo fare.

E magari occorre farci aiutare a nostra volta, quando serve.
Molti genitori invece preferiscono assolversi nel confronto con l'altro genitore, della serie io-non-ho-bisogno-è-lei-che-è-matta.

Invece in palio c'è la capacità di stare accanto ai nostri figli per fa sì che loro imparino a distinguere ciò che possono accettare e ciò che devono rifiutare di quel genitore disturbato. Non ci si fa aiutare perchè si è matti, ma per imparare nuove competenze.

Perchè non possiamo sostituirci ai nostri figli, ai quali tocca fare i conti con quella mamma o con quell papà, dai quali loro non potranno separarsi legalmente come abbiamo presumibilmente fatto noi; non possiamo vivere la loro vita includendo la nostra prospettiva di ex compagni, da cui vediamo cose che loro non possono vedere.
Ci piacerebbe tanto farlo, ma purtroppo non funziona così.

Possiamo solo stare loro accanto quando si faranno le domande giuste, da soli, se se le faranno. Magari più che domande saranno commenti, proccupazioni, evitamenti. Ed è lì che dovremmo essere pronti, in grado di aiutarli a trovare le loro risposte, il loro senso, che forse assomiglierà alle nostre, ma non è detto.

E per fare questo occorre prepararsi, porre la giusta attenzione alle cose e attendere fiduciosi il momento più proprizio.

 

(a cura di Linda Francioli)

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