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Nuovi partner, e i figli che dicono?

Pur con tutte le prudenze possibili, a meno di non voler fare vita di clausura, è implicito che i genitori singoli o separati siano necessariamente più "esposti" a farsi valutare dai figli in merito alla loro modalità di stare nel mondo, con gli altri. E con eventuali fidanzati/e…

In sintesi la domanda è: è possibile per un genitore separato o single fare della propria vita sentimentale un fatto educativo per i figli anche, se nell’aspetto pratico, spesso assomiglia molto di piu’ alla vita di un adolescente “di ritorno” ? Potrebbero uscire dei modelli di relazione confusionari, o no? che insegnamento possono trarre dall’assenza di un'altro/a compagno/a per chi non lo trova, oppure dagli stati variabili dove non c'é continuitá (anche se non necessariamente leggerezza)?... i loro, i figli  cosa pensano? Si faranno domande del tipo: Ma resterà solo questo qui?  Come mai non trova nessuno/a? (che eventualmente sarebbe una preoccupazione da mamma) ... oppure: Ma questo tizio/tizia chi è che vuole, verrà mica a vivere con noi? Non che l'amore fittizio di una coppia d'apparenza sia meglio come modello, ma si parte dall’assunto che sia una roba che riguarda "mamma e papa", che i conflitti rientrano, che i rifiuti si rimangiano, che le emozioni si spalmano fra due adulti. E poi si filtrano verso i figli, mentre da separati i filtri saltano. Cosa ne pensa?

Antonio (Roma)

coppia con figli

Cosa pensano i figli dell’”educazione sentimentale” dei loro genitori separati? Cosa pensano cioè quando la mamma o il papà li rendono partecipi delle loro relazioni che spesso dopo la separazione tornano a volte ad assomigliare a quelle dei ragazzi adolescenti? Parliamo di temi molto complessi, ma qui trattiamo la situazione in cui il genitore stesso intuisce che la girandola eventuale delle sue relazioni non è una buona cosa neppure per sé, mentre tralasciamo la situazione in cui  il genitore è felice  e soddisfatto di quello che fa (e questo per evitare discorsi moralisti su scelte individuali che -per come la vedo io- se sono consapevoli dei pro e dei contro vanno sempre bene).
In questi temi non c’è sempre la risposta giusta in assoluto, perchè le variabili in gioco sono molte e innanzi tutto c’è la variabile età. Per esempio, un bambino piccolo ha bisogno di maggiore stabilità e prevedibilità nelle relazioni, di quanto non possa “sopportare” un ragazzino; ma un ragazzino più grande -con cui in teoria è più facile anche parlare di sentimenti, bisogni ed emozioni- ha però più bisogno di modelli genitoriali efficaci da prendere come esempio, e così in effetti fa, a volte addirittura sfidando il genitore che non sostiene con coerenza le proprie scelte.
Almeno due cose però tuttavia valgono per tutte le età: non è una buona cosa mentire e neppure lo è ostentare la propria vita sentimentale, utilizzando un  linguaggio che magari va bene per un amico o un’amica, ma non per i propri figli.  E’ certamente più facile trovare il linguaggio giusto e dire le cose come stanno quando le relazioni sentimentali di cui parlare sono realtà solide, mature ed equilibrate (in altre lettere esprimo il mio parere in merito alla ricostruzione di una nuova famiglia e dato qualche consiglio su come per esempio introdurre un/a nuovo/a compagno/a o come frequentarne i figli). Anche in questi casi si tratta di trovare le parole giuste, ma in definitiva si tratta di un “happy problem”, dal momento che la relazione ha le caratteristiche per essere fonte di benessere per tutta la famiglia, e  non solo per i due partner.
Ma cosa fare quando invece l’equilibrio con un partner non c’è, e invece c’è magari la necessità di frequentare persone , spesso senza che ciò abbia esito felice in termini di durata, anche se forse lo si desiderebbe? Insomma il tema diventa: “cosa dico ai figli se io stesso sono alla ricerca di risposte e le posso ottenere solo vivendo e ahimè a volte sbagliando?
Spesso nei nostri laboratori il tema emerge e i genitori si sentono in colpa per dovere loro malgrado atteggiarsi a degli adolescenti di ritorno, magari chiudendosi in camera per parlare al telefono o depistando i contatti via e mail con password inviolabili. Per non parlare delle domeniche al parco o al cinema nel tentativo di tenere tutti i bisogni insieme. Fermo restando che la privacy degli adulti resta un atto dovuto nei confronti dei figli (anche quando si è regolarmente sposati), io credo che i figli non siano soliti giudicare il genitore che frequenta “amici”, anche quelli che si capisce e si può dire che sono “speciali”. Ma certamente lo faranno se siamo noi stessi a giudicarci per primi, se pensiamo cioè che questo non vada bene (e magari abbiamo anche i famigliari di origine che entrano nella nostra vita privata, facendo commenti in tal senso!) Tuttavia non è neppure vero che ai figli deve andar bene tutto ciò che va bene a noi, perché essi hanno o possono esprimere dei bisogni propri, delle preferenze; e tutto ciò può assumere ahimè la forma del dissenso, sia circa il nostro comportamento o più nello specifico in merito alle persone che frequentiamo. Per esempio un figlio può sentire il bisogno di averci vicino in via esclusiva proprio in quella particolare domenica, magari perché ha qualche turbamento in più; e noi guarda caso contavamo tanto sull’uscita con quel signore  o quella signora che ci piace tanto! Oppure possono desiderare di essere di accompagnarli a letto la sera (e magari è proprio il momento in cui noi possiamo stare al telefono con lui/lei). Oppure ancora possono trovare spiacevole rimanere con la baby sitter, o trovano proprio irritante incontrare qual signore così antipatico, che fa sempre battute poco divertenti, etc etc.
Insomma, il punto qui è come accorgersi dei bisogni dei figli, e soprattutto che fare quando confliggono con i nostri? Come la pensiamo su questo punto, in generale, e non solo in relazione alle frequentazioni sentimentali? Qual è cioè il nostro stile educativo, perché penso che sia da lì che si può partire per trovare risposte al quesito posto da Antonio. In parole concrete, pensiamo che i figli abbiano il diritto di dissentire dalle nostre scelte, oppure no e piuttosto le devono subire in quanto in posizione di minor potere, magari perché anche noi abbiamo dei diritti sacrosanti di vivere la nostra vita.? E soprattutto: siamo in grado di reggere l’eventuale dissenso o dispiacere che possiamo procurare ai nostri figli, e fino a che punto è lecito farlo, secondo noi? Quale pensiamo sia il ruolo di un genitore, quale quello dei figli sui diritti e sui doveri?

Solo andando  a fondo con noi stessi e avendo chiaro quali modelli genitoriali sentiamo vicini al nostro modo di essere (ben al di sopra dunque della inconsapevole soddisfazione del bisogno momentaneo di sesso o di socialità) e accorgendoci nel concreto di quali sono i bisogni dei figli oltre che i nostri, potremo far qualcosa davvero per gestirli al meglio
Se l’età dei figli lo consente, occorrerebbe  riuscire a parlare delle cose, e provare nel concreto a negoziare modalità e spazi di vita che vadano bene a tutti i membri della famiglia (di qualunque tipo di famiglia si tratti, in questo caso quella monoparentale). Nella mia esperienza è tutto più facile quando queste questioni si sono affrontate fra noi e noi stessi, se cioè abbiamo indagato dentro di noi con apertura e sincerità quali limiti o spazi di accettazione vogliamo e chiediamo a noi stessi e ai nostri figli. E spesso condividere con altri, come accade nei nostri laboratori, è un aiuto formidabile a questo processo di chiarificazione individuale, di cui sia figli che genitori non possono che beneficiare.

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