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Chiara

Mi chiamo Chiara e ho 43 anni.
Sono una delle tante donne che si è separata dal marito, dopo 7 anni di matrimonio e due bimbe piccole. Una di quelle che si è disperata immensamente, per aver perso l’uomo che credeva di amare, il primo e l’unico con cui mi era sembrato possibile di costruire una vita diversa dalla vita che avevo fatto da bambina e poi da ragazza, una vita non felice, che mi aveva lasciato tante ferite.

All’inizio mi è sembrato impossibile che Renato fosse così leggero da andarsene, che buttasse via così facilmente il nostro matrimonio, soprattutto per la presenza delle bambine. E ho commesso molti sbagli perché ho creduto sinceramente che impedendogli di frequentarle, la loro mancanza lo avrebbe fatto tornare da me.
E in effetti è tornato sui suoi passi almeno tre volte, forse perché davvero le bambine gli mancavano, o forse perché aveva bisogno di un tetto dove tornare dopo le sue scorribande. Tutte le vote che tornava mi diceva che era pentito di essersi allontanato, e una volta lo aveva addirittura fatto per 4 mesi, innamorandosi di una collega più giovane e spostandosi a vivere nel suo appartamento.
Sono passati così due lunghi anni, fra tentativi di riconciliazione e frustrazioni rabbiose di chi come me vedeva comunque che non sarebbe cambiato nulla. Due anni in cui comunque, quando tornava,  mi sentivo vincitrice eppure sempre più vuota.
Mi accorgevo di avere infatti un potere su di lui, che gli ero in un certo modo insostituibile, ma questo non bastava a sfamare il mio bisogno di essere amata, anzi, ogni volta mi impoverivo sempre di più, senza accorgermi.
Nonostante fossi arrivata a pensare che potevo anche accettare di avere un marito donnaiolo, come mia madre d’altronde aveva fatto tutta la vita con mio padre, ad un certo punto qualcosa è successo che mi ha aiutata a vedere cosa stavo facendo (e cioè che stavo rifacendo la vita di mia madre come se a me non fosse dato di sceglierne una diversa).
E’ successo che la mia piccola ha mostrato tutta la sua sofferenza (che non era altro che un riflesso della nostra) con comportamenti alimentari scomposti, arrivando a pesare il doppio del suo peso normale in meno di due anni e cominciando a mostrare profonda inquietudine per tutte le situazioni nuove, anche quelle apparentemente normali, come l’inserimento alla scuola materna o il cambio della baby sitter.
Oggi posso dire che sono stata brava a capire che dovevo separarmi da Renato, ma non fuori bensì dentro di me.
Ma prima ho dovuto passare attraverso una fase in cui ho dovuto capire che la colpa e la responsabilità dei malesseri di Elisa non erano solo di Renato e che io come mamma non volevo lasciarle in eredità la rassegnazione della mia.
E’ stata molto dura, ed è stato possibile grazie ad una psicoterapia, durata due anni, prima da sola e poi in un gruppo. Lì ho trovato persone che come me non sapevano scegliere, che erano talmente vuote dentro che volevano solo essere riempite, anche dall’egoismo dell’altro, purchè non ci  fosse solitudine. Ma ho trovato anche l’opportunità di sentirmi degna di essere amata, così come sono, con tutte le mie imperfezioni.
Oggi ho 43 anni, le mie bimbe sono cresciute, Elisa fa la quarta elementare, sta bene, ha superato i suoi problemi alimentari, almeno per ora.
Anche affettivamente sono contenta di me e di come sono riuscita a dire no a un paio di legami che avevano tutta l’aria di finire come il mio matrimonio. Due anni fa ho conosciuto invece Simone, un collega più vecchio di me, separato, con un figlio ormai grande, e ci siamo lentamente innamorati. Parliamo di convivenza, anche se secondo me sarebbe meglio aspettare ancora qualche anno, che le bambine crescano un po’.
Renato invece si è trasferito in un altra città, vede le bambine regolarmente ma non ha smesso di essere affettivamente inquieto.  Mi sono chiesta tante volte perché io abbia sofferto così tanto per quest’uomo mediocre e mi sono risposta sempre che non credevo di meritarmi di meglio.
Mentre adesso lo so che anche per me c’è la possibilità di soddisfare i bisogni che ho. Basta riconoscerli e non fare esattamente il contrario, e pensare che sia il destino, come ho sempre fatto io.
Fino a che Elisa non mi ha aperto gli occhi.

 


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