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Biancaneve non abita più qua

Essere partrigno o matrigna di ragazzi di oggi- Sintesi della conferenza del 12 maggio 2009 di Linda Francioli

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Il titolo parla di un cambiamento culturale in atto: la matrigna (e potremmo anche dire patrigno) di Biancaneve -culturalmente considerata una cattiva madre che rimpiazza quella buona, tradendo sentimenti di profonda invidia e rivalità per i figli di primo letto- non esiste più. Non esistono più le logiche culturali ed economiche che spingevano queste donne e questi uomini ad avere un ruolo odioso ma spesso socialmente necessario, con il rischio per la figliolanza di vedere usurpata la normale linea ereditaria, cosa che nel passato aveva un ruolo fondamentale nel determinare cosa era norma da cosa non lo era in tema di famiglia.

Tuttavia lo scenario nons embra così univoco, molte voci e molti fatti sembrano spingere in direzioni opposte.

In questi giorni si parla molto di famiglie allargate, anche in relazione alla precisa posizione del Papa Benedetto XVI, che ha avuto modo recentemente di parlare di famiglia allargata e di divorzio, rispondendo alle preoccupazioni espresse dai vescovi del Brasile, in questi giorni in visita. Il Papa ha parlato con toni molto aspri e di condanna di questi temi così sensibili, dicendo che “la cosiddetta famiglia allargata e mobile moltiplica i padri e le madri, fecendo in modo che la maggioranza di quelli che si sentono ’orfanì non siano i figli senza genitori, ma i figli che ne hanno troppi”…. “Questa situazione, come l’inevitabile interferenza e intreccio di relazioni - ha proseguito il Papa - non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a crescere e imprimere nei figli una tipologie alterata di famiglia, assimilabile in qualche modo proprio alla convivenza, a causa della sua precarietà”. Una dissoluzione del tessuto sociale, secondo papa Ratzinger, che non è frutto del caso, ma il risultato di “forze e voci che sembrano volte a demolire la culla naturale della vita umana”.

Dall’altra parte, la Francia è il primo paese in Europa che in questi mesi si appresta a varare una legge per tutelare il "terzo genitore", ovvero il convivente che cresce come suo un figlio non naturale (un fenomeno sempre più diffuso, che ora coinvolge persino il nucleo del presidente Sarkozy, promotore non a caso della legge!). Vediamo alcuni dettagli:

***Il nuovo statuto, annunciato qualche giorno fa dal ministro della Giustizia Rachida Dati a Le Monde, dovrebbe comunque passare attraverso l´approvazione di entrambi i genitori: senza il consenso dell´ex moglie, nessuna autorità parentale per la nuova compagna di un papà, insomma. Ma secondo il ministro si tratterebbe di un "silenzio assenso" poichè l´eventuale veto dovrebbe essere sempre e comunque dichiarato. «Salvo parere contrario di un genitore, il patrigno o la matrigna - ha spiegato Dati - potrà sbrigare le pratiche burocratiche di un normale genitore». I "terzi genitori" potranno così rifare una carta d´identità al bambino o decidere un intervento medico in caso di incidente, senza aspettare l´autorizzazione del padre o della madre naturale. Alcuni punti della riforma sono destinati a far discutere, cominciando dall´idea di permettere a un patrigno di ottenere l´affidamento del figlio in caso del decesso della madre. Tra i tanti altri aspetti che si preannunciano complicati c´è anche l´eventuale applicazione del nuovo statuto alle coppie gay. Da chiarire, infine, l´eventuale limite al numero di matrigne o patrigni: il figlio di un padre che si risposa due volte avrà automaticamente due "belle madri"? Oggi l´allargamento dell´autorità parentale a un altro soggetto prevede una procedura complicatissima che affida la decisione finale ad un giudice. Una legge del 2002, voluta dall´allora ministro per la Famiglia, la socialista Ségolène Royal. "Misure insufficienti" per il presidente, che ha messo l´acceleratore alla riforma del diritto di famiglia, cogliendo in contropiede la sinistra su un tema a lei caro***


Qui più che di matrigna e patrigno di parla di famigliastra..!

Ma questi due brevi accenni a quanto accade intorno a noi in questi giorni ci fa capire che forse è opportuno affrontare il tema da un punto di vista psicologico, senza avere la pretesa che questo soppianti gli altri -quello religioso e quello giuridico qui accennati o quello sociologico o culturale, altrettanto importanti- , ma col fine piuttosto di allargare le prospettive su un tema tanto attuale quanto delicato.

La prima domanda dunque è perché il Papa sente il bisogno di intervenire e il Governo francese di legiferare in merito alla famiglia allargata?
Perché la famiglia come istituzione svolge nella nostra società e nella nostra cultura un ruolo molto importante, in quanto consente di “normare” in modo preciso le interazioni fra gli esseri umani che la compongo. E questo potenziale “normante” della famiglia consente indubbiamente di  regolare fattori affettivi complessi e soprattutto di introdurre elementi di stabilità e prevedibilità nelle interazioni.
Questa regolazione normativa è naturalmente molto importante dal punto di vista giuridico e forse lo è ancor di più dal punto di vista della religione (intesa come istituzione): entrambe hanno molto a cuore la stabilità e la prevedibilità delle interazioni sociali e si preoccupano di stabilire con precisione ciò che è giusto da ciò che non lo è.

Ci chiediamo dunque: questa stessa preoccupazione è suffragata da ricerche cliniche e considerazioni di carattere psicologico? Quale  contributo può dare la psicologica in merito alla rilevanza della norma che la famiglia può rappresentare?
Dal punto di vista psicologico non è detto infatti che le cose siano le stesse, cioè non è detto che ciò che è normato e prevedibile abbia a che fare con il benessere e ciò che lo trasgredisce generi o si riferisca al malessere. Psicologicamente i bisogni e i rapporti con la norma e la normalità sono molto più complessi e devono passare sempre all’interno della realtà specifica e unica dell’individuo e della sua storia per essere compresi ed articolati.

Tuttavia non c’è dubbio che anche la psicologia ci dice che la stabilità ha una rilevanza significativa nello sviluppo evolutivo del bambino e del giovane, in particolare perché la stabilità favorirebbe i processi di identificazione (modeling) e individuazione (cioè separazione) che stanno alla base del benessere psicologico adulto.  In sintesi, un ambiente di riferimento riconoscibile e stabile, in particolare nelle figure del caregiver (mamma e papà ma non solo), consente in un primo momento il processo di imitazione/introiezione di modelli comportamentali ed affettivi vissuti e successivamente ne consente la messa in discussione, nella fase della necessaria presa di distanza da quei modelli (a favore di modelli più personali e originali).

Questa necessità di stabilità sarebbe alla base di quanto tre grandi della psicologia e della pedagogia, Bowlby, Winnicot  e Piaget hanno individuato come essenziale nel processo evolutivo: prima una base sicura (una mamma sufficientemente buona” che consente l’identificarsi di una permanenza dell’oggetto), poi una fase di auorefenzialità ed egoistica, per poi giungere alla fase delle operazioni astratte e reversibili, dove l’empatia e l’interdipendenza sono possibili (dagli 11 anni di età).
Se questa stabilità non è presente o è fortemente perturbata, ma soprattutto se non sono disponibili risorse di "resilience" nell’ambiente, l’instabilità può generare indubbiamente delle ripercussioni sulla percezione dei propri confini individuali.

La famiglia è dunque un modello per come gestire il tema dei confini, che è alla base di qualsiasi sana relazione adulta. La Terapia della Gestalt per esempio parla di perturbazioni del contatto e dice che se siamo troppo ritirati (egotismo) o troppo in contatto col mondo esterno (confluenza) e se la pelle che ci separa è troppo rigida o troppo labile, in entrambi i casi parliamo di malessere psicologico, di malattia, di nevrosi, o addirittura di psicosi.

Che la famiglia rappresenti un modello per il bambino circa la modalità di regolare i suoi confini, significa in sintesi che, anche a livello individuale, nei figli, si riproduce la stessa capacità di gestire la relazione col mondo esterno che ha la famiglia rispetto ai nuclei esterni a lei. Seconso questa prosepettiva, dunque, non vi è dubbio che la famiglia "allena" fin da bambini alla percezione e gestione dei propri confini, e che questo allenamento passa ad un livello molto implicito, per assimilazione di un esempio, al di là della consapevolezza.

Da quanto detto fin qui, dunque, si deduce che la famiglia allargata ha certamente un ruolo importante nella costituzione di un’esperienza, che sempre risulta fondamentale nella crescita psicologica del bambino, sebbene in una modalità sistemica e non linere (cioè non di mera causa-effetto). E non c’è dubbio che la famiglia allargata, ricostruita o anche mongenitoriale rappresenti una modalità diversa da quella istituzionale tradizionale.

Le caratteristiche di queste famiglie hanno a che fare con percezioni socialmente poco accoglienti, legalmente hanno scarsa rilevanza, dal punto di vista della  riconoscibilità come esperienze positive sono affidati alle capacità delle relazioni fra i suoi membri: laddove la comunicazione è scarsa, in queste famiglie non vi è cioè la mediazione della cultura e della società a fare da stampella, e risulta fondamentale la quantità di risorse individuali su cui i membri della famiglia ricomposta possono fare affidamento.  E' per questo motivo per lungo tempo questi organismi sociali sono stati visti come deficitari: in relazione al modello ideale si è visto cosa funzionava meno o non funzionava affatto, quando erano i supporti culturali e sociali ad essere carenti, con ripercussioni inevitabili sulle risorse a disposizione dei membri di queste famiglie.


Solo da poco e solo a fronte di un fenomeno che non può più statisticamente definirsi deviante o marginale, si sta piano piano mettendo in luce che queste famiglie socialie  e questi padri, madri e  figli hanno caratteristiche specifiche e uniche, e come tutti gli organismi, accanto a potenziali rischi, mostrano anche altrettante opportunità per la crescita dei suoi membri.


Vediamo i rischi:
•    confusioni di ruoli, per esempio materno e paterno (assenza di confini);
•    rigidità dei ruoli, per esempio fra nuclei famigliari (confini della precedente famiglia come ostacolo al cambiamento)
Entrambi i poli sono due estremi che possono portare a malesseri psicologici. Sottolineamo però che questi rischi ci sono anche nella famiglia istituzionale tradizionale, solo con qualche stampella culturale in più in caso di difficoltà.

Vediamo le opportunità:
•    modelli di adultità integrativa o addirittura sostitutiva, laddove vi siano modelli profondamente danneggiati (ricchezza di modelli e più possibilità di identificazione coi modelli più "affini" al proprio temperamento)
•    possibilità di allenarsi maggiormente all’empatia e all’interdipendenza (flessibilità psicologica e sociale, richiesta dal maggior numero di interazioni fra i membri della famiglia)

Come massimizzare le opportunità a scapito dei rischi? e quali modelli di riferimento possiamo assumere per orientare per esempio il ruolo del genitore sociale?

Ne parliamo insieme, utilizzando le esperienze dei presenti.

 

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