top a

La scelta della scuola

Le scrivo per sottoporle una questione che credo riguardi molte mamme che come me vivono coi loro figli e nonostante l’affidamento congiunto si trovano a dover decidere del bene dei loro figli, purtroppo spesso in contrasto con gli ex mariti. Il fatto è che nostro figlio Simone, che oggi frequenta la 5 elementare in una scuola pubblica,  l’anno prossimo andrà in prima media e io e suo padre non siamo d’accordo sulla soluzione circa la scuola che dovrebbe frequentare

Simone è un bambino  molto distratto a detta delle maestre, loro lo definiscono immaturo, anche se i suoi voti sono buoni. Ci chiedono di fare qualcosa per renderlo meno immaturo, rimproverandolo anche noi quando mostra disattenzione, come fanno loro.  Forse è immaturo secondo gli standard scolastici, forse no, secondo l’idea che mi sono fatta io di lui e delle caratteristiche un po’ particolari che ha mostrato fin da molto piccolo. Simone ha infatti una fantasia molto fervida e ama studiare cose incredibili; fin da piccolo raccontava storie (che sentiva o vedeva magari in tv) e mano a mano che la sua cognizione si raffinava è passato alla storia, alle scienze, alla geografia. Tutta la famiglia rimane a bocca aperta quando racconta le cose che sa e lo fa in modo appropriato e mai saccente. Ha una memoria formidabile e una spiccata proprietà verbale e lessicale. Detto questo che è il bello, il “brutto" è che questa sua predisposizione rischia di diventare una fissazione, al punto che le maestre dicono che rimane imbambolato per decine di minuti e non si sa a cosa stia pensando, di certo non a quello che sta succedendo intorno a lui. Questo accade anche a casa, dove spesso il modo per passare il tempo è leggere come un forsennato qualsiasi cosa gli passi davanti, a scapito ovviamente di tutto il resto. Non ama nessuna attività sportiva e dopo un faticoso anno di oratorio ha concluso che non gli piaceva e non ha più voluto andarci. Il punto è che secondo me Simone non va rimproverato, ma va aiutato a trovare modi di esprimersi anche diversi dalla sola “testa”, in particolare con una scelta scolastica e di metodo che lo aiuti anche su tutto il resto (movimento, musica, espressività artistica, socializzazione), e soprattutto da una proposta che sia in grado di “sfamare” il suo bisogno di sapere, mettendola al servizio del mondo e degli altri; mi aspetto infatti che con l’adolescenza il problema dei compagni diventi sempre più importante, e quello che mi prefiguro è il rischio che diventi il “saputello”, magari un po’ ammirato, ma non certo amato. Simone non è un isolato, ma sicuramente queste sue caratteristiche non lo rendono l’anima della festa e lui stesso è molto selettivo riguardo alle sue frequentazioni. Ho  chiesto a suo padre che andassimo insieme ai vari open day di scuole pubbliche e private che a una rapida ricerca mi sembravano più in linea con l’offerta formativa forse più adatta a Simone, in modo da farci insieme un’idea. Mi ha seguito una sola volta e solo allo scopo di concludere subito che la scuola media di quartiere sarebbe andata benissimo.  Il padre dice che scegliere una scuola più “attenta” a lui  allontana semplicemente il problema di qualche anno, che comunque si ripresenterà al liceo, e  tanto vale.  Anzi: più gli andremo dietro creando situazioni favorevoli, più sarà difficile in futuro per lui adattarsi, quindi meglio buttarlo in piscina e che impari a nuotare se ce la fa. Sempre secondo lui basta fargli fare qualche attività extrascolastica e tutto si risolve, senza considerare che comunque le attività extrascolastiche e la loro organizzazione-gestione cadrebbero ovviamente su di me, che le dovrei individuare, scegliere e poi gestire portando o facendo portare il bambino di qua e di là per la città! Insomma, credo che semplicemente le sue ragioni siano quelle di chi non deve gestire il bambino tutti i giorni e che soprattutto vedendolo ogni 15 giorni un week end non riesce a vedere bene la situazione nel suo insieme. Per me la scuola di quartiere non va benissimo, anzi: la presentazione dei docenti è stata pessima, disorganizzata e piena di tirate d’orecchi al ministero e alla legge Gelmini, ai genitori che non danno regole ai loro figli, alla nomea della scuola di caricare i ragazzi di compiti di cui vanno orgogliosi, che così gli si tempra il carattere…etc, cose che non condivido affatto. Mi chiedo che cosa pensa lei della eventuale mia decisione unilaterale di mandare mio figlio alla scuola privata che ritengo più adatta a lui, quali rischi, quali responsabilità mi devo prendere e se me le devo prendere.  Grazie dell'attenzione e buon lavoro.

Anita, Milano

 bimbo distratto pensieroso

Più che contrario, questo padre mi sembra nel concreto un po’ assente, forse pigro. E sulla questione ho già più volte sottolineato il rischio di “abdicare” ad un ruolo genitoriale paterno che, lasciato nelle mani delle madri, non può che creare delle potenti “Giocaste” e dei potenziali piccoli “Edipo” (con tutto ciò che già Freud ha egregiamente indicato col suo “complesso”). Anche se queste madri sembrano sapere il fatto loro e il confronto con esse può essere impegnativo, credo infatti che questo non giustifichi il fatto di lasciarle sole nella ricerca di una soluzione così importante, quale è l’individuazione del percorso scolastico più adatto al proprio figlio. Sono convinta che il vero “affidamento congiunto” si possa esercitare solo se su questioni come queste entrambi i genitori si sentono profondamente coinvolti, anche a costo di qualche serrato confronto; altrimenti tanto vale lasciare che siano le madri le affidatarie legali della prole, come succedeva prima dell’entrata in vigore della legge sull’affidamento congiunto. Insomma: far valere quel diritto di esercizio della propria “congiuntità” presuppone innanzitutto che non ci si tiri indietro, tagliando le curve sbrigativamente (cioè lasciando in questo caso alla madre l’onere di andare da sola agli open day).  Detto questo, tuttavia, le uniche ragioni contrarie addotte dall’ex marito della signora (in sintesi che la scuola è uno specchio della società che si preoccupa poco delle caratteristiche di ognuno, meglio perciò che il bambino si abitui presto alle frustrazione e si adatti il prima possibile, piuttosto che dare spazio alle sue caratteristiche “particolari”) meritano qualche approfondimento in più. Credo infatti che la questione che si pone qui sia sostanziale: cosa è meglio fare per un bambino che sembra possedere indubitabilmente dei talenti eppure proprio questi rischiano di diventare delle fragilità? E questo rischio è davvero reale o come spesso accade poi tutto si risolve e “patologizzare” ciò che potrebbe accadere è sbagliato?Sono questioni pedagogiche importanti su cui i genitori (anche quelli non separati) dovrebbero in effetti confrontare le loro visioni individuali e se possibile avvicinarle. La formazione del senso del sé si forma prevalentemente in famiglia nell’infanzia ma è con la socializzazione che esso riceve ricevere conferma o disconferma, aprendo -in particolare con l'adolescenza- la via alla stagione della maturità, dell’essere adulti. L’adolescente infatti sperimenta dei sentimenti molto potenti e spesso contraddittori, difficilmente ne passa indenne, come ognuno di noi può testimoniare pensando alla propria adolescenza.L’incontro con il mondo esterno, essenzialmente col gruppo dei pari, ha proprio il compito di confrontare quell’immagine necessariamente limitata che è stata rimandata dalla famiglia d’origine con quella più disinteressata, suadente o spietata che è quella del mondo esterno. Il senso di autostima -che poi è la propria identità di persona che ha il diritto di esistere per come si è al di là di quello che si fa- giunge dunque alla prova del nove dell’adolescenza già condizionata da ciò che c’è stato nell’infanzia,  rimanendo aperta a possibili ridefinizioni e rimescolamenti. Ma tutto questo ha inzio ben prima dell'adolescenza, in famiglia, ma la scuola come teatro di socializzazione ha un ruolo importante, è una specie di "ponte" simbolico fra la famiglia e la società.. La scuola dell’infanzia ed elementare sono i primi contesti in cui si fa esperienza di questo incontro un po’ frustrante con la realtà, realtà che da un lato ci chiede di adattarci alle regole impersonali delle istituzioni sociali  della convivenza civile, dall’altro ci dice che dobbiamo differenziarci e trovare la nostra strada unica e irripetibile, facendo leva sui talenti di cui  la natura e il caso ci ha fornito. E’ evidente che la soluzione ottimale è un contesto in cui queste due istanze apparentemente così contraddittorie fra loro (adattarmi o differenziarmi?) possano essere sperimentate senza traumi, così che sia possibile al bambino in relazione all’età trovare le formule più opportune per integrarle fra loro, senza tagliar fuori una delle due, cosa che sarebbe in entrambi i casi un disastro;  rinunciare a sé per adattarsi  può portare infatti a sperimentare pericolosi senso di vuoto e di inutilità, mentre dare importanza solo a quanto si sente o si è rischia di generare adolescenti narcisisti, molto fragili, che preferiscono ritirarsi dal mondo o sfruttarlo senz'anima, perché confrontarsi con esso è troppo rischioso e doloroso. Insomma, sono d’accordo sul buttare i bambini in piscina, ma non sul lasciarli lì  trovare da soli i movimenti più adatti per stare a galla. Credo invece che si debba lavorare ad una pedagogia che aiuti il bambino in questo difficile processo di separazione ed individuazione. Se questo sia un compito prevalentemente deputato alla scuola piuttosto che alla famiglia è questione dibattutissima. Ma personalmente penso che entrambi i fronti oggi siano un pò in crisi: le scuole pubbliche non siono molto attrezzate per offrire un servizio personalizzato di sostegno ai bambini e ai ragazzi, proponendo invece un modello standardizzato di adattamento sociale, lasciando sole le famiglie nel compito di sostenere l'eventuale differenziazione; sento però che nella scuola l’esigenza è avvertita e spesso posta, e molte cose che si fanno sono buone, anche se molto a macchia di leopardo. Ma credo che anche le famiglie  siano piuttosto fragili in questo periodo di faticosi trasformazioni e di crisi delle identità solide e radicate del passato. Svolgere questo compito esigerebbe infatti una bella solidarietà fra i genitori, e credo che sia difficile trovarla oggi nelle famiglie, ancor di più in quelle con genitori separati.. Il caso di Simone dice che questo bambino è già stato buttato in piscina e a modo suo ha trovato il modo di nuotare: studia, ha buoni voti, ma non rinuncia alle sue fughe nel mondo immaginario, che forse lo nutre di più. Il giudizio così ingombrante di immaturità fornito dalle insegnanti mi fa pensare tuttavia che il rischio che i due mondi si separino ci sia, e che a nulla servirebbero i rimproveri, se non ad alimentare le vie di fuga dalla realtà scolastica, che già deve essere vissuta come faticosa, come poco attraente. Nel caso di questo bambino il concetto di adattamento si articola più nello sperimentare modi di veicolare la sua fervida fantasia in modalità che siano utili alla società civile, e quindi a lui stesso, piuttosto che nello spegnerla, tacciandola come immaturità. Il nostro pianeta oggi ha infatti bisogno di pensiero creativo, di idee originali, ma anche di grandi capacità di stare in contatto con quello che c’è, di mettersi in connessione con gli altri, di esporsi. Noi non lasciamo in eredità un mondo molto bello ai nostri figli, abbiamo bisogno che loro siano più bravi di noi e quello che possiamo fare è aiutarli, laddove vediamo il potenziale germogliare spontaneo. Quando saranno più grandi e il loro modo di stare nel mondo avrà trovato un base sicura e non sarà minacciato da introiezioni ingombranti come “sei un immaturo”, allora sarà più facile per essi venire a patti col reale, negoziare i modi e i tempi in cui opportunamente rinunciare a parti di sé, a favore dell’adattamento e del bene comune. Se tutto questo è sostenuto da una scuola pedagogicamente orientata a questo scopo (privata o pubblica che sia) allora ben venga, essa può essere in effetti un valido aiuto, soprattutto se come sembra qui uno dei due genitori è piuttosto assente. Ma solo se l’orientamento pedagogico tiene anche conto non solo del talento ma anche dell’importanza delle regole sociali, della responsabilità individuale e del vivere in comunità. In alternativa, i genitori posso certo fare da soli, affidando ad un percorso standard l’educazione del figlio, ma in questo caso entrambi devono essere disponibili a seguirlo nei modi e nei tempi opportuni, fornendo gli stimoli e  il sostegno che serve, quando serve. L’idea che ogni bambino troverà la sua strada da solo senza che si debba troppo pensare è un modo per abdicare ad un compito genitoriale che oggi più che mai ci richiede sensibilità e attenzione. Mi rendo conto che la fatica è tanta e che spesso sono più i genitori che i figli ad essere fragili e smarriti, ma ciò non toglie che  qui parliamo dei figli e che inoltre le risorse che hanno gli adulti per trovare le loro soluzioni non sono le stesse dei bambini, che per definizione hanno il diritto ad essere aiutati a crescere da “adulti competenti”.Essere adulti competenti non significa essere adulti perfetti, infallibili, che non sbagliano mai, ma che fanno con equilibrio del loro meglio, interrogandosi via via su quale sia la scelta opportuna, rispondendo alle richieste e alle sfide che la vita pone loro. Consiglio a questa madre di tentare ancora di “presentare” questo figlio a suo padre e di ottenerne se possibile la collaborazione, smussando tutte i potenziali attriti derivanti dalla separazione coniugale, che nella mia esperienza, sono sempre moto presenti in questi casi. Vale la pena di tentare ancora, perché il bambino non resti diviso a metà fra i due genitori così lontani nel pensare alla sua educazione e alla persona che sarà. Se non ci riesce, prima di muoversi da sola, proponga se opportuno un incontro a tre con un “esperto” di pedagogia, in modo da esporre in modo oggettivo le percezioni che avete del bambino e di chiedere un aiuto super partes nell’individuare la risposata più opportuna per Simone.

Un caloroso in bocca al lupo.

(a cura di L. Francioli)

Torna  a lettere psicologia

Questo sito utilizza cookies per assicurarti una migliore esperienza di navigazione.